L’altra Pasqua!

«Avevamo immaginato un’altra Pasqua…»

Non è solo lui, l’arcivescovo Mario a esprimere questo desiderio. Qualcuno di noi avrà incrociato le dita e forse con tanto ottimismo avrà immaginato che almeno la festa di Pasqua il virus l’avrebbe risparmiata.
E invece no.
Insieme ai riti pasquali a porte chiuse abbiamo pure ascoltato con sorpresa la notizia paradossale che anche il santo Sepolcro di Gerusalemme resta chiuso: non accadeva dal lontano 1349, quando questa decisione venne presa a causa della peste nera. Un’altra immagine che dice il tempo impegnativo che stiamo vivendo, che tuttavia ha dei precedenti storici più faticosi.
La prima Pasqua, quella dei discepoli fuggiaschi e rintanati nel Cenacolo: come seppero adattarsi alla nuova situazione senza la presenza fisica di Gesù, tenendone viva la memoria? Come visse la Chiesa primitiva, fatta di ebrei e pagani, la drammatica distruzione del tempio di Gerusalemme, dove
anche Gesù aveva pregato e insegnato?
Gli ebrei sostituirono l’altare del tempio distrutto con la tavola familiare e i sacrifici di animali con il “sacrificio delle labbra”: riflessione, la preghiera di lode dei salmi, l’ascolto della Scrittura. Nello stesso modo reagirono i primi cristiani, espulsi dalla sinagoga ebraica, alla ricerca di una propria identità.
Impararono a rileggere la Legge e i Profeti con occhi nuovi, alla luce del Cristo Messia, ritrovandosi a fare memoria della sua Cena, prendendo insieme i pasti nelle loro case.
E oggi quale lezione possiamo imparare da questa situazione, noi discepoli di Gesù del terzo millennio?
Talvolta condivido con i miei confratelli preti l’impressione che il popolo cristiano cerchi una religione che rassicuri, attraverso gesti ripetuti e tradizioni consolidate, che non scomodano più di tanto e non impegnano a metterci del nostro, finché… qualche imprevisto non dà un salutare scossone ai comportamenti abitudinari.
«Dove vuoi che prepariamo per te, perché possiamo mangiare la Pasqua?». La domanda dei discepoli premurosi anche allora si rivelò un po’ ingenua, perché il Signore in realtà li mandò in città, a una sala al piano superiore, dove tutto era già stato preparato. Sembra che Lui ci stia dicendo: «Siate meno ansiosi… perché si tratta della MIA Pasqua!».
È la stessa conferma che ritrovo il mattino di Pasqua nella consegna che il Risorto affida alla Maddalena: «Non mi trattenere, ma va’ dai miei fratelli». Ma come Signore? Ti ho appena ritrovato e tu mi scappi di nuovo?
Impegnativo è sicuramente vivere il tempo del coronavirus. Non meno
impegnativa è la fede nella risurrezione di Gesù. Pasqua in casa quest’anno, «in un abbraccio con Gesù crocifisso, senza stancarsi mai di scegliere la fraternità» (Evangelii gaudium 91).

«Una nuova pratica di vita, la pratica propriamente evangelica: la vita del redentore non è stata nient’altro che questa pratica, anche la sua morte
non fu null’altro … Soltanto la pratica evangelica porta a Dio, essa appunto è “Dio”! …
È falso sino all’assurdo vedere in una “credenza” … il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano… Ancora oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria: l’autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi… Non una credenza, bensì un fare, soprattutto
un non fare molte cose, un diverso essere »
(F. Nietzsche, L’Anticristo)

Auguri per una S. Pasqua in cui ciascuno possa scegliere un nuovo modo di essere!