Battistero di San Giovanni Battista

Prima di parlare del nostro battistero diciamo una parola sul battistero in genere. Battistero: il termine viene usato da Plinio il Giovane con il significato di una vasca da bagno.

Dal sec. IV in poi con la parola battistero si intende sia in Oriente che in Occidente uno speciale edificio annesso alla basilica destinato al conferimento del battesimo. L’impiego essenziale dell’acqua nell’amministrazione del sacramento fece ispirare le forme architettoniche degli edifici termali pubblici o privati, senza alcuna uniformità, anzi con la più grande varietà; si hanno perciò battisteri a pianta centrale, circolare, pentagonale, esagonale, ottagonale, a croce greca, con copertura a volta e a cupola, ma tutti indistintamente contenenti nel centro del vano una piscina profonda tra i 70 e 75 cm. nella quale si discendeva per mezzo di gradini e dove l’acqua affluiva dall’alto, da agnelli, da cervi, dalle fauci di un leone, ecc.; nel fondo della vasca era il foro per il deflusso delle acque.

Nel sec. XV svanisce del tutto l’uso di costruire edifici particolari per accogliere il fonte battesimale. Il fonte, divenuto una vasca sormontata da una riserva d’acqua, veniva collocato in una cappella quasi sempre presso l’ingresso della chiesa.

Ed eccoci, ora, al nostro battistero.
Il passato religioso e civile di Mariano Comense, grosso centro dell’industre ed ubertosa Brianza, a circa 30 Km. da Milano e a 20 Km. da Como, con una popolazione di 23.000 abitanti, è materialmente dimostrato, oltre che dalla dedicazione della prepositurale al primo Martire S. Stefano, nome solitamente dato alle più antiche chiese matrici di una pieve, soprattutto dal battistero di S. Giovanni Battista, che è senza dubbio l’elemento artisticamente più interessante di tutto il paese.

DESCRIZIONE DEL BATTISTERO
Il battistero è impostato con schema planimetrico mistilineo di origine romana, usato dalla tradizione cristiana per gli edifici a pianta centrale. L’impostazione di Mariano è simile a quella del battistero di Biella (sec. X) e trova completezza nel nucleo centrale del S. Gregorio di Zuarthnotzt. I pennacchi – elementi di passaggio dalla forma quadrilatera a quella poligonale della cupola – realizzati anche nei battisteri di Galliano di Cantù e di Biella, trovano origine alla villa Adrianea di Tivoli: ricompaiono nel sec. XI nel S. Babila di Milano. I capitelli cubico-sferici usati nel battistero di Mariano si vedono anche nel S. Giovanni ad Asti, nella badia di Vertemate e nell’atrio del S. Stefano a Milano. Questi elementi di raffronto permisero al Porter di datare il nostro battistero intorno al 1025, mentre i fusti delle colonne non trovano raffronti in edifici religiosi coevi.
Nel nostro battistero, rispetto a tutti gli altri antichi battisteri, appare un’assoluta novità: la cupola ottagona non nasce con la struttura del pavimento, ma è conseguenza dell’adozione di trombe che trasformano in ottagono un sottostante quadrato. E poichè il quadrato di base ha un’absidiola per ciascun lato, ne viene una pianta a quadrilobo.
Purtroppo l’edificio battesimale aveva subito, col passare dei secoli varie e gravi manomissioni che ne avevano quasi completamente alterato le linee primitive, annullandone il valore architettonico. La porta originale d’ingresso esistente verso ovest fu chiusa contemporaneamente alle finestrelle, poiché le nuove esigenze espansive dell’abitato consigliarono la realizzazione di un nuovo ingresso verso est. Questo fu impostato ad un livello superiore al piano del pavimento. Nel ‘700 fu creato un sagrato ed un portichetto, riducendo l’altezza della costruzione di circa 70 cm.; tanto basta per creare uno squilibrio volumetrico tra la parte inferiore del battistero ed il tamburo della cupola.
Nei primi tempi del Novecento il sacro edificio venne trasformato in una grotta, cancellando le intelligenti strutture romaniche ed il mistico fascino di quel periodo storico dell’architettura religiosa.

Grazie ad opere di restauro, realizzate negli anni cinquanta del nostr secolo, l’edificio, consolidato staticamente, è stato riportato, per quanto era possibile, ai suoi elementi originali, mentre tutto il complesso è stato circondato da una zona di rispetto. L’antica porta d’ingresso è per ora murata da un solo tavolato in foglio e la porta di servizio per l’antica colleggiata – chiusa dal sacrario – è disegnata dall’intonaco.
Lo sconnesso pavimento in ciotoli è stato fermato con calcestruzzo e le finestrelle della vecchia abside illuminano fiocamente l’interno. Il restauro ha dato internamente un ottimo risultato: ha trasformato una barocca sistemazione in un ambiente essenzialmente romanico, pur concedendo la sopravvivenza di oggetti postumi.

Sui quattro lati del quadrato di base si aprono altrettante absidi, per cui la pianta dell’edificio diviene polilobata cruciforme presentando così nell’alzato un originale ed efficacissimo, anche se non armonico, movimento di volumi.
L’interno è caratterizzato dall’assoluta nudità delle pareti che, nella zona non intonacata più bassa fino all’imposta degli archi, denotano una muratura eseguita con massi squadrati ma irregolari. Gli archi doppi delle volte – l’uno struttura portante del soprastante elemento quadrato e l’altro imposta del catino dell’abside – sono costruiti con conici di materiale leggero e spugnoso detto volgarmente tufo.
La nuda semplicità delle pareti è solo interrotta dai tagli delle finestre: le due a doppia strombatura dell’abside, le quattro finestrine ad arco della lanterna ottagona e quella rettangolare certamente più tarda, che si apre sull’asse dell’abside sinistra. Unico elemento decorativo di tutto l’ambiente sono i quattro capitelli che sovrastano le semicolonne addossate agli spigoli del quadrato, formate da conci di pietra irregolari arrotondati ai bordi con un effetto decorativo efficace ed insolito, anche se alquanto primitivo e rozzo, messo in evidenza dalla marcatura dello strato di malta dei giunti.

I due capitelli che precedevano l’abside principale sono in marmo chiaro: quello del lato dell’Epistola, rispetto al primitivo altare, è molto originale presentando al centro un mascherone a rilievo schiacciato da cui si dipartono nastri circolari intrecciati a reggere due grossi grappoli d’uva e piccole foglie: scultura nitida e vigorosa che, pur rimanendo unica nel soggetto, si ricollega tipologicamente a quella romanica comacina del sec. XI, di cui abbiamo qualche esempio in marmi raccolti nella così detta Sala cristiana del museo di Como.
L’altro capitello presenta nelle facce piane questo stesso tipo di fogliame, accostato però insolitamente ad un motivo geometrico di intrecci viminei, come tanti se ne vedono in sculture precedenti dall’VIII-IX secolo in poi; accostamento di particolari che autorizza a pensare ad un periodo di transizione. Le altre due semicolonne opposte sono invece coronate da tipici capitelli comacini cubico-sferici molto semplici, ricavati da blocchi di serizzo.

Nella parte dell’abside, dove vi era l’altare, si aprono sotto le finestre due vani quasi quadrati, evidentemente funzionanti da armadietti per il servizio liturgico. La vasca battesimale barocca è collocata al centro dell’edificio, mentre leggermente decentrato vi è sul pavimento, formato da ciotoli legati con malta, un tondo in pietra grigia del diametro di circa 80 cm., forse indicante la posizione della scomparsa vasca ad immersione.

All’esterno il battistero non ha modificato radicalmente le forme ed attende la realizzazione di un ambiente idoneo alla sua rivalutazione: seppur ripulito, ha bisogno di un maggior spazio. La decorazione esterna delle superfici, non imprigionate nelle murature dei fabbricati successivamente addossati, è molto semplice. Sei lesene a sezione rettangolare scompartiscono verticalmente la superficie delle due absidi laterali, mentre l’abside principale, dove ora si apre la porta d’ingresso, si arricchiva di archetti pensili racchiusi due a due fra le lesene stesse; e non è difficile immaginare che questa serie di archetti coronasse fra le lesene tutto il giro dell’abside, anche dove la decorazione è scomparsa sotto l’aggiunto protiro. Anche gli otto lati della lanterna sono decorati da tre archetti pensili compresi fra le lesene di spigolo. Da notare che sulla trabeazione frontale, retta da due colonnine in serizzo del classicheggiante protiro, è inciso il seguente distico che, con aulica metafora, segnala la grandezza dell’umile fonte battesimale.

ABSORTOS ERITHRAEA SILE CUM CURRIBUS HOSTES
QUAM MINOR HIC STYGIUM SUFFOCAT UNDA DUCEM

«Non parlare dei nemici travolti con i carri dall’onda del Mar Rosso,
qui un’onda tanto più piccola soffoca il principe infernale»

Tratto da “il battistero di Mariano Comense” di E. Mattavelli

SCAVI ALL’INTERNO DEL BATTISTERO
Il battistero di S. Giovanni Battista, di cui è in corso un intervento di che conobbe dal suo primo impianto varie trasformazioni. Il battistero ha attualmente una pianta quadrilobata e un piccolo protiro neoclassico (rimaneggiato intorno al 1950) all’ingresso, ed è sormontato da una lanterna ottagonale. L’accesso originale è oggi occluso all’esterno da un altro edificio.
Varie considerazioni sulla sua struttura lo fanno ritenere edificato in forma quadriloba intorno al 1025, anche se una pianta del 1570 lo mostra come un edificio a pianta ottagonale ed un documento del 1600 lo descrive così: “Sopra il cimitero a mezzogiorno si alza una piccola ma ben intera cappella in otto angoli coperta da larghe pietre, e si crede che questa anticamente fosse un tempio di …”.
II ricordo, ancor vivo nel 1600, dell’esistenza di un tempio pagano induceva a ritenere che, come in molti altri casi nel periodo di transizione tra paganesimo e cristianesimo, un luogo di culto preesistente fosse stato trasformato e riutilizzato secondo la nuova fede.
Confortava questa ipotesi il ritrovamento (avvenuto nel febbraio 1574 durante la distruzione di un altare posto all’interno del Battistero e demolito per aprire l’attuale ingresso orientale in conformità ad un nuovo impianto della chiesa di S. Stefano) di una capsella sagomata a sarcofago contenente, oltre a brandelli di tessuti e a frustoli d’ossa, frammenti appartenenti ad una scatoletta in osso o avorio che doveva essere decorata da laminette d’argento con decorazione a rilievo, riproducenti motivi pagani, e che era stata, con il nuovo culto, riutilizzata come reliquario. La capsella e le lamine, per le loro caratteristiche stilistiche, sono state datate ad età tardoantica (M. Sannazaro, Capselle per reliquie in Milano Capitale dell’Impero romano 286-402 d. C.,1990, pp. 301 ss.) e sembra probabile che fossero state rinvenute nella demolizione di un edificio di culto posto nello stesso luogo.

Lo scavo archeologico, che si proponeva di far luce sulle vicende costruttive del monumento, ha interessato, nell’autunno 2000, l’intera superficie interna del Battistero. Contro ogni previsione, si è riscontrata una situazione stratigrafica piuttosto complessa ed interessante che può, per ora, essere così riassunta.

Fase I – tardoromana
Questa fase è rappresentata da labili tracce di un edificio, di cui restano un blocco di granito squadrato (m 0,40 x 0,40 x 0,16)e le impronte lasciate da due altri blocchi. Questi elementi, rinvenuti in prossimità del lato meridionale dell’attuale ingresso, tagliano uno strato grigiastro che sembra essere il vecchio suolo che copre lo strato sterile morenico.
Non si è trovata traccia del pavimento o di altri elementi di questo primo edificio a cui, però, potrebbe essere pertinente un’ara di granito, attualmente collocata nel giardino che si trova a Sud del Battistero.
Appena a Nprd del blocco di granito è stata documentata una sequenza stratigrafica formata da sottili strati di ghiaia minuta e frammenti laterizi che indicano la presenza di un sentiero (o piccola stradina), orientato Est-Ovest.

Fase II – altomedievale

I resti dell’edificio della fase I erano ricoperti da uno strato di limo scuro grigiastro, ma sembra che un successivo edificio sia sorto conservando l’orientamento e la posizione di quello precedente. Se ne è ritrovata una porzione, costituita dalle fondazioni di un muro, in grossi ciottoli e malta tenace, largo cm 55 e conservato per cm 98. Questa fondazione, che corre in senso Est-Ovest alla base dell’abside meridionale dell’attuale battistero quadrilobo, potrebbe costituire ciò che resta del muro settentrionale di un battistero preromanico e l’eventuale prosecuzione delle ricerche sul sagrato potrà confermare o meno questa ipotesi.
All’interno dell’area di questo secondo supposto edificio, completamente asportato nella fase III, è stata documentata una buca circolare (diam. m 1,05; prof. m 0,63). Nelle trincee di asportazione dell’edificio di fase II si sono recuperati diversi frammenti di intonaci.
Alcune zone residue di superfici acciottolate potrebbero appartenere a resti del sottofondo di un pavimento asportato.
Sempre appartenente a questa fase, e all’interno del supposto battistero preromanico, è stata ritrovata anche un’inumazione con scheletro supino con testa a Ovest. La fossa aveva le pareti rivestite da ciottoli senza legante e non aveva copertura (probabilmente asportata all’atto della spoliazione dell’edificio).
Anche la stradina identificata nella fase 1 è ancora presente, rialzata con uno strato di limo marrone compatto e caratterizzata da uno strato superficiale formato da livelli di piccoli ciottoli e da limo sabbioso: ha ora una larghezza di m 3,30.
Sul lato Nord della stradina, e all’interno dell’abside settentrionale, sono state identificate le tracce di un altro muro, rappresentate da resti di una fondazione composta da grossi ciottoli e abbondante malta grigiastra, larga m 0,55. A causa della vicinanza delle fondazioni dell’attuale battistero, non è stato possibile vedere il piano d’imposta della fondazione. Anche questo muro è stato demolito nella fase III: ne restano molti frammenti di malta e intonaci, tra i quali numerosi sono dipinti con differenti stili, e che sembrano indicare più fasi di decorazione. Questo muro potrebbe rappresentare la parete meridionale di una delle fasi dell’antica chiesa di S. Stefano, un edificio più spostato verso S rispetto a quello identificato all’interno della navata della chiesa attuale, riconosciuto negli scavi del 1987. Anche quest’ipotesi potrà essere meglio definita con futuri scavi sul sagrato.
Nello spazio occupato dalla stradina, che si sarebbe trovata, quindi, tra un antico battistero e una antica chiesa di S. Stefano, sono state documentate varie tombe con struttura in ciottoli e sfaldature di pietra e malta, con fondi di lastre di pietra e coperte da massicci lastroni: gli inumati erano stati posti supini, con testa a Ovest.
La tomba più antica è stata utilizzata per due inumazioni successive: lo scheletro più recente si trovava sopra i resti di un altro scheletro che erano stati raccolti sul fondo della tomba. Il riempimento era composto da limo sabbioso che si era infiltrato gradualmente attraverso i lati della copertura costituita da una grossa lastra di pietra.

Fase III – romanica

Per la costruzione del nuovo battistero di S. Giovanni gli edifici della fase II sono stati quasi completamente smontati per recuperare materiali da costruzione. Le trincee di asportazione avevano un riempimento contenente scarti di malta e intonaco, con pochi ciottoli e frammenti di pietra.
Il nuovo battistero, a livello del piano d’uso, è a pianta quadrilobata ed è sormontato, come si è detto da una lanterna ottagonale; l’ingresso, come da tradizione, è a Ovest con un’uscita a Nord, verso la chiesa di S. Stefano.
All’interno, tra le absidi, vi sono quattro colonne in conci di pietra arrotondati sormontate da capitelli: due di questi, quelli che fiancheggiano l’attuale ingresso, sono decorati, gli altri due, inornati, hanno una forma cubico-sferica, tipica dell’area comacina.
Viene costruito, in posizione non perfettamente centrale, ma lievemente spostato verso Ovest, un fonte battesimale. Le fondazioni sono molto profonde e tagliano, oltre alle tombe della fase II, anche gli strati sottostanti fino al livello sterile.
I muretti esterni sono stati rinvenuti in pessimo stato di conservazione ma era ancora percepibile la loro pianta ottagonale e un prolungamento verso Est, che era forse la fondazione di una struttura per l’officiante. La vasca, circolare (diametro interno 0,86 M. e profondità 0,70 M.), è interamente rivestita da cocciopesto fine, molto tenace, con otto cordoliverticali che ripartiscono la sua parete suggerendo una forma ottagonale. Il fondo, in lieve pendenza, è costituito da una lastra di granito con un foro a S che permetteva di drenare le acque lustrali. Intorno al fonte corre una sorta di sedile costituito da un anello a superficie convessa, realizzato in cocciopesto di colore rosato. Purtroppo la sua cattiva conservazione non permette di definire se il perimetro esterno fosse circolare od ottagonale.
Nell’abside orientale sono state ritrovate le robuste fondazioni di un altare in ciottoli e malta, con un ripostiglio parallelepipedo rivestito da lastre di pietra levigata, nel quale era stata rinvenuta nel 1574 la capsella liturgica di cui si è detto precedentemente.
Nella parte centrale del battistero, intorno al fonte battesimale, sono state documentate diverse buche per palo, interpretabili come le impostazioni per l’impalcatura utilizzata durante la costruzione del battistero stesso.
Diversi strati di costruzione sigillavano queste buche e formavano un sottofondo per la pavimentazione, che era probabilmente in lastre di pietra ma che non si è conservata.
Interessante è una buca concava con riempimento di carbone e materiale combusto, che rappresenterebbe i resti di un fuoco, acceso nel cantiere durante la costruzione dell’edificio per asciugare le malte e gli intonaci. Zone di bruciato simili sono state documentate anche nel battistero di Galliano a Cantù.

Fase IV – post-medievale, rinascimentale

L’interno del battistero ha subito diverse fasi di trasformazione in epoca post-medievale. Rilevante è la chiusura dell’ingresso Ovest e dell’uscita Nord (verso la chiesa), e l’apertura di una nuova entrata ad Est, avvenuta contemporaneamente al capovolgimento dell’orientamento della chiesa di S. Stefano, nel XVI secolo.
La demolizione dell’altare avvenne il 27 febbraio 1574 e la cappella lì conservata fu trasferita nell’altare maggiore della chiesa di S. Stefano.
Probabilmente il livellamento del fonte battesimale risale allo stesso periodo. All’interno dell’antico fonte si realizzò un pozzetto con mattoni e malta tenace che ne diminuiva il diametro fino a cm 42 e la profondità a cm 60. Il fondo di questo pozzetto era di cocciopesto per impedire all’acqua di spandersi nel terreno circostante. La sua funzione è ancora incerta. Quando è stato realizzato il pavimento in ciottoli e malta, in epoca recente, è stata posta una lastra circolare di granito che indicava la posizione del pozzetto sottostante.
Il riempimento, spesso cm 24, era costituito da sabbia e frammenti di mattoni moderni, con oggetti d’epoca recente (frammenti di lampadine, chiodi moderni). Si presume che nel ‘600 circa siano state interrate due inumazioni.
E’ stato introdotto un altro defunto e le ossa del primo occupante sono state deposte in una buca sotto i piedi dell’inumato più recente. Il suo capo poggiava sulla risega del battistero della fase III, e la massiccia lastra di copertura è stata riutilizzata.
Un’altra tomba,più inconsueta trattandosi di una donna deposta con un bambino al fianco destro, era costituita da una fossa in nuda terra: entrambi gli scheletri avevano la testa a Sud-Est. Questa deposizione sembra essere stata poco curata, perché la fossa risulta troppo corta: infatti, la donna è stata deposta supina con le gambe flesse e divaricate. Ad un suo dito è stato ritrovato in anello di bronzo con un vetrino che copre un castone decorato a incisioni. Il bambino è stato deposto in posizione fetale e con il braccio destro sul petto della donna. Sotto le sue costole sono stati trovati frammenti di una probabile collanina composta da anellini di bronzo.
Nell’abside Nord è stato realizzato un pozzetto circolare, con muratura di frammenti di pietra e ciottoli, legati con malta tenace, che si appoggiava sopra la risega del battistero della fase III. Era sigillato da una lastra ottagonale di granito (diametro cm 78) che potrebbe aver costituito la copertura del fonte al momento del suo abbandono. L’interno del pozzo è stato soltanto scandagliato attraverso il foro della copertura e si è visto che è vuoto fino ad una profondità di cm 60.
Il pozzetto potrebbe avere avuto lo scopo di scaricare le acque di un fonte battesimale successivo al 1574.
Altre due piccole buche, alcuni strati di livellamento o sottofondo e il pavimento moderno completavano la sequenza stratigrafica del battistero.
Lo scavo è stato colmato con ghiaia fino a ripristinare la quota pavimentale dell’ingresso e nella nuova pavimentazione saranno lasciati a vista sia il fonte battesimale della fase III, sia la copertura del pozzetto della fase IV.

IL RESTAURO DEL FONTE E DELLA CAPPELLA

Il fonte

Prima di procedere a qualsiasi intervento è stata eseguita (presso il laboratorio Pro Arte S.n.c.) l’analisi chimicostratigrafica e mineralogico-petrografica di un campione della parete della vasca che ha evidenziato, nel secondo strato della superficie grigiastra della parete della vasca, un miscuglio di calcio e caolino che potrebbe far pensare ad una sorta di protettivo steso contemporaneamente all’impasto sottostante di cocciopesto.
Questo dato ha modificato l’approccio alla pulitura delle pareti della vasca: per eliminare il terriccio e la polvere dovuta allo scavo non si sono utilizzati bisturi ma soltanto spazzole morbide.
La pietra di fondo, che costituisce il pavimento del fonte, è stata invece pulita con bisturi, spazzole e soluzione di neoDesogen in acqua demineralizzata. Inoltre, si è eseguito un trattamento biocida con Preventol R80 in acqua demineralizzata.
Il medesimo metodo è stato applicato al bordo in cocciopesto del fonte.
Il consolidamento di tutte le parti staccate e di quelle di maggiori dimensioni con vuoti sottostanti è stato eseguito mediante applicazioni, con siringhe e pennelli, di resina acrilica Primal AC33 diluita in acqua demineralizzata in percentuali dal 4% a 120%.
Dopo varie prove di granulometria e colorazione, in accordo con la D.L., si è scelta per le integrazioni una malta composta da una parte di calce Lafarge su due parti e mezzo di sabbia e mezza di cocciopesto. Essa è risultata di poco sotto tono rispetto all’originale. Le integrazioni delle parti mancanti del bordo sono state eseguite leggermente sottolivello, per meglio distinguere l’intervento di restauro.