Cortile di San Francesco

di Rosanna Moscatelli

Chi si ferma nel piazzale della chiesa di santo Stefano a Mariano Comense, non può non essere attratto dalla bella, bianca facciata a due ordini. Nella parte superiore due grandi vasi di pietra, il mosaico che narra il martirio del Santo e un bel timpano triangolare con una serie di statue. Accanto, a destra, il severo campanile in cotto..
L’interno è magnifico: le belle colonne segnano i confini delle tre navate; cappelle e pareti hanno statue e grandi tele secentesche. Frammenti di bellezzasi nascondono in ogni quadro, in ogni volto, in ogni arco. Si devono cercare, nella penombra del tempio, con pazienza. “Quanto tempo ci vuole per leggere un dipinto, per capirlo? – ci chiediamo – un minuto, un giorno, una vita?”. Di sicuro, per essere pronti a ricevere il messaggio che un dipinto porta, per contemplarlo e comprenderlo, ci vuole un bel po’ di tempo. Che non c’è maio non basta mai.
Bello il san Giovanni Battista raffigurato nella grande tela del transetto di sinistra con il suo ampio mantello rosso e il paesaggio che si apre sullo sfondo. Alcuni volontari, sotto la guida di un esperto, l’hanno appena ripulita dalla patina scura che la ricopriva.
Il presbiterio, con la mensa eucaristica postconciliare e l’antico altare policromo, ora retro mensa, sono illuminati dalle vetrate e guardati a vista dai grandi dottori della Chiesa, Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio, scolpiti in severe statuedi pietra. Gli stalli, addossati al muro semicircolare del presbiterio, testimonianoche la chiesaha avuto un Collegio di presbiteri. Facevano vita comune, pregavano insiemee si prendevanocura delle anime dell’intera pieve.
Che storia, quella della prepositura di Santo Stefano! Mario Corbetta e Arnaldo Martegani l’hanno scandagliata fin da quel primo documento apparso nella seconda metà dell’anno 1000.
Sapere che da più di mille anni in questo angolo di terra marianese i fedeli hanno pregato, ascoltato la Parola santaesepolto i propri cari, suscita un certo orgoglio: significa appartenere ad una grande storia ed essere possessori dei tesori che la fede e la pietà hanno lasciato in eredità ai posteri, perché ne avessero cura e li trasmettessero, a loro volta, alle generazioni future.
Non se lo sono fatto dire due volte i volontari della Comunità pastorale che, con pazienza e ammirevoli capacità manuali e artistiche, hanno allestito, in alcune sale adiacenti il presbiterio, uno splendido, piccolo museo che raccoglie il patrimonio artistico-religioso di questa antica pieve. Si legge, nell’articolo apparso sul numero 25 di“Concordia”, la rivista della Cassa Rurale ed Artigiana di Cantù del marzo 2016:
“Il rischio per le cose preziose, che una parrocchia possiede e che non servono più, è altissimo. Rischio d’essere abbandonate, dimenticate, trafugate, vendute al primo rigattiere. Quando succede, la cultura religiosa di una comunità si impoverisce e perde simboli e segni, resi sacri dalla santità di Dio”. Nella parrocchia di Santo Stefano questo rischio è stato scongiurato.
Uno straordinario manipolo di persone ha preso in consegna gli oggetti sacri della parrocchia, li ha liberati dai grandi armadi, li ha restaurati con grande perizia, li ha raccolti in teche e vetrine e ha allestito poi il museo aperto oggi a tutti.
“Volontari della Bellezza”, li chiamano e il museo è il loro capolavoro. Missione compiuta, si potrebbe dire. Non è così, perché quando lasciamola pregevole raccolta degli antichi antifonari, dei reliquiari dalle pietre preziose, della ferula argentata del prevosto, ecco venirci incontro uno spazio di cielo che s’apre su una radura circondata in parte dalla chiesa, in parte dalla cappella di Sant’Anna e in parte da un alto muro di cinta. Fino a pochi mesi fa nessuno s’aspettava di incrociare, all’uscita laterale di destra, un cantuccio così simile al chiostro di un monastero benedettino, così silenzioso, così capace di indurre alla preghiera e al silenzio.
Il merito? Ancora dei “volontari della Bellezza”, gli stessi che hanno realizzato la raccolta d’arte sacra e che hanno ripulito dalla patina nera la grande tela con san Giovanni Battista.
Quel che hanno recentemente recuperato era stato, per lunghi secoli, luogo di sepoltura: “cemeterium” lo chiamavano i disegnatori delle visite pastorali e correva in buona parte lungo il perimetro della chiesa. Era uno spazio comunitario e sacro, dunque luogo di pace spirituale, strettamente legato alla comunità che si raccoglieva intorno “ad sanctos et apud ecclesiam”, e cioè vicino ai santi e presso la chiesa. Durante la Messa, celebrata all’interno del tempio, la chiesa militante e la chiesa dei santi intercessori pregavano per i defunti che all’esterno, ma intimamente vicini, erano in attesa della resurrezione.
Fu il famoso Editto di Saint Cloud (1806, per il Regno d’Italia), a ordinare il trasferimento dei cimiteri fuori dalle città e quindi lontani dalle chiese. E così quello spazio che già nella seconda metà del ‘500era indicato sui disegni del visitatore come spazio destinato a “cemeterium”, dopo l’editto, perse a poco a poco la sua funzione e il degrado fisico e la relativa sconsacrazione furono inevitabili.
Fino a treanni fa il luogo era un semplice ripostiglio, usato come sito dei rifiuti, della negazione, dello scarto.
Ma c’è un momento in cui mille forze convergenti provocano, nello spirito di questi luoghi dimenticati, un sussulto di rinascita e permettono il ritorno al principio, alle origini, là dove il tempo sottile della storia attende con infinita pazienza.
Il cortile per secoli è stato dunque cemeterium, luogo del riposo, ma anche luogo d’incontro della comunità. Nella prefazione al libro di Ivano Bettin, “LaudateDominum”, Mario Corbetta scrive: “E’ provato che, ancora nel XIV secolo, la gente considerasse gli ambienti religiosi, quali il cimitero o la canonica, come luoghi di riunione per attività che religiose non erano”. E riferisce di un contratto d’affitto del XIV secolo, stipulato nel cimitero presso la porta della chiesa di Santo Stefano.
Questo è ancora oggi il Cortile di San Francesco: è un sito dell’anima, dove elevare lo spirito, dove perdere la cognizione del tempo in favore di più lieti pensieri.
I lavori di recupero, rispetto ai lunghi anni dell’oblio, sono stati brevissimi: pochi mesi. I volontari hanno trasformato il vecchio ripostiglio, perché hanno creduto al recupero di quelle parti povere del complesso prepositurale, convinti che anche in esse sono presenti pagine di storia a cui non si deve mai negare la parola.
I “volontari della Bellezza” hanno dunque scrostatomuri e pavimenti insudiciati dal tempoeliberato il terreno da erbe smarrite e incolte. Sono apparse antiche aperture disegnate da file di cotto; hanno rivisto la luce pietre, ciottoli e mattoni legati tra loro a formare muri e pareti.
Non ritorna cemeterium come luogo dei morti, ma del cemeterium i volontari conservano i segni e i simboli: la cappella, i cipressi, la croce. Resta intatta invece l’antica funzione: luogo di riunione per attività che religiose non sono.
Una fontana, un secchio, grandi anfore, sedili di pietra, immagini sacre e cubetti di porfido a rivestire il pavimento con i colori caldi della terra. Il cielo tutto aperto in alto. E in un angolo, un altare di legno e l’icona di un San Francesco a piedi nudi con la tunica legata in vita dal cingolo e il cappuccio a punta.
Il Cortile, visto nel suo insieme, è sobrio, elegante, misurato, sincero. Ed è aperto a tutti.

Nella stagione estiva diventa un piccolo cenacolo, fatto di amici che amano la musica, l’arte, la storia, i problemi dell’oggi da condividere con credenti e non credenti. Un piccolo Cortile dei Gentili, posto accanto al tempio, uno spazio che tutti possonoattraversare e nel quale possono fermarsi, senza distinzioni di cultura, lingua,professione politica e religiosa. Un luogo di incontro e di diversità.
Le sere degli eventi estivi, nel cortile, illuminato da straordinari fasci di luce, non arrivano le inquietudini del tempo e le sofferenze della storia. Le tristezze, le malinconie, il grigiore del viver quotidiano restano come impigliati nel cielo. Il pubblico ascolta attento la storia di Giobbe, le vicende del “Liber Chronicus” e della Costituzione italiana, gli antichi fatti di Mariano e della Brianza e la leggenda del Santo Bevitore. E cortei di nuvole passano nel cielo in silenzio per sentire la musicadi un pianoforte e il vento tace e lascia lo spazio a un clarinetto, un violino, un’intera orchestra.
Questi sono alcuni degli eventi ideati e realizzati dalla Comunità pastorale “San Francesco d’Assisi” di Mariano Comense nell’estate 2018.
L’anticospazio, chiamato cemeterium, è tornato a vivere. L’editto di Saint Cloud, i mutamentisocialie religiosi chiedevano la sua distruzione e nessuno sa quali stravolgimenti, quali usi abnormi, quali abbandoni ha dovuto subire. E quanti altriancoralo attendevano, se un gruppo di volontari non avesse intravisto in questo spazio impotente e disarmato un brillìo, un lumenascosto, se non avesse sentito il richiamo delle cose e dei simboli, se non fosse stato spinto dal desiderio di riappacificarsi col passato, dal bisogno d’avere un luogo dove ricaricarsi, pensare, vivere momenti di comunione.
Il Cortile di San Francesco è aperto durante le manifestazioni e le visite guidate.
Ma è sempre aperto anche per chi, in solitudine e silenzio, vuole fermarsi per pregare, leggere un libro, ritrovare il senso della propria esistenza, contemplare il quadrato di cielo che osserva dall’alto e protegge.
E con questo desiderio lasciamo il cortile attraversando un corridoio che porta alla chiesa di sant’Anna. Sulla parete di sinistra, in una nicchia c’è la bianca statua di Santo Stefano seduto in trono con le insegne diaconali: dalmatica e stola traversa.
In fondo, sono visibili i grandi blocchi di pietra della base del campanile. Gli studiosi pensano che, nel XIII secolo, questa fosse anche la base della torre dei Marliani. Vicino a queste pietre il pensiero corre: “Finché ci saranno volontari appassionati che andranno alla ricerca anche delle minuscole tracce di bellezza che l’uomo ha lasciato sulla nostra terra; finché le sapranno portare alla luce e restaurare, Mariano potrà ritenersi fortunata e sentirà come suoi gli oggetti ritrovati, le mura che hanno sfidato il tempo, il Cortile di San Francesco, la storia scritta nelle pietre e nelle antiche carte e in tutto questo si riconoscerà e sentirà quanto gli assomiglia”.
E adesso, che sappiamo un po’ di più sul passato di questo cortile, come sarà il suo futuro? Da dove verrà, in che forma e con quali messaggi? Questo è il bello del tempo che è insieme presente, passato, futuro.
Il passato è la storia – dice Sant’Agostino – il presente è la visione; il futuro è l’attesa”. Che cosa ci dobbiamo attendere ancora da questi instancabili ricercatori di bellezza?.