Santuario San Rocco

LA FONDAZIONE DELLA CHIESA
Non si conosce con esattezza il tempo di fondazione della chiesa S. Rocco; non ci sono documenti che ce ne indichino con precisione la data. Sappiamo però che già esisteva al tempo di S. Carlo. Infatti nei decreti della visita pastorale che S. Carlo fece a Mariano nel 1570 si parla della chiesa di S. Rocco e se ne fa anche una breve descrizione, tra l’altro si dice che aveva un piccolo campanile con una campana e sulla facciata una piccola finestra rotonda. Nella lettera pastorale del 6 settembre 1582 che il Santo Arcivescovo inviava al Vicario di Mariano e alla pieve, c’è un capitolo così intitolato “In Ecclesia S. Rochi” “Nella chiesa di S. Rocco”, dove si prescrivono i lavori da farsi nella chiesa stessa.
La cappella (dell’altare maggiore), si dice, sia ultimata al più presto, e il tetto della stessa sia a volta. Si costruiscano due finestre: una a settentrione e l’altra a mezzogiorno.
L’altare sia fatto secondo le norme stabilite. Le pareti imbiancate.

Perché la chiesa è dedicata a S. Rocco? Chi era S. Rocco? Nacque a Montpellier nel sec. XIV. Orfano in giovane età, dopo aver distribuito ai poveri il patrimonio paterno, lasciò Montpellier per un pellegrinaggio a Roma. Giunto ad Acquapendente, si pose al servizio degli appestati che, primi, ne esperimentarono la taumaturgica potenza. Di là si recò a Cesena per compiere lo stesso ufficio caritativo. Da Cesena riprese la via per Roma.
Nell’Urbe Rocco, si trattenne per tre anni dedicandosi ai poveri e agli appestati; quindi si recò, sempre per gli identici motivi caritativi, a Rimini, a Novara e poi a Piacenza, dove colto dallo stesso male, si allontanò dalla città e visse per qualche tempo in un luogo deserto. Guarito si incamminò per far ritorno in patria, ma ad Angera fu arrestato per sospetto di spionaggio e morì in prigione dopo 5 anni di reclusione. Riconosciutane l’identità dopo morte, venne sepolto con i dovuti onori.

A Montpellier, Rocco, non fu oggetto di culto prima del 1410, poichè in quell’anno, in occasione di una pestilenza, si invocava soltanto S. Sebastiano.
Nel 1421 si ha notizia di una cappella in onore di S. Rocco nella sua città natale, e nel 1440 della celebrazione della sua festa il 16 agosto. In Italia il culto di S. Rocco prende uno straordinario sviluppo nella seconda metà del sec. XV, proprio in occasione di violente pestilenze. Numerose confraternite, ospedali, cappelle e chiese sorsero in suo onore in tutta l’Europa e il 16 agosto divenne festa votiva, celebrata in tanti luoghi con solennità. Una di queste chiese è la nostra: la chiesa di S. Rocco in Mariano.La chiesa è stata dedicata a S. Rocco anche perché, essendo situata fuori dell’abitato, in tempo di contagio, veniva usata come Lazzaretto (S. Rocco si dedicò agli appestati): infatti presso di essa esistevano delle Confraternite, di cui parleremo, che avevano come compito di assistere i bisognosi e gli ammalati.

LE CONFRATERNITE PRESSO LA CHIESA DI S.ROCCO
S. Carlo nella visita pastorale del 1570 erigeva, presso la chiesa di S. Rocco, la Confraternita dei Disciplinati e prometteva di darle una nuova regola in sostituzione di quella che già avevano.

La Confraternita dei Flagellanti o Disciplinati
La Regola di S. Benedetto contempla il caso di dover ricorrere alla flagellazione per punire monaci riottosi e colpevoli. Fra le pratiche ascetiche di mortificazione prese piede anche quella della flagellazione volontaria quale penitenza dei propri peccati.
Nel sec. XI S. Pier Damiani e S. Domenico Loricato, suo discepolo, difesero quest’usanza nei monasteri e se ne fecero propagatori.
Ad imitazione dei monaci anche i laici abbracciarono una tal pratica, specie in occasione di pubbliche calamità, per stornare l’ira divina.
Manifestazioni però collettive pubbliche di tal sorta di penitenza si conoscono la prima volta soltanto nel sec. XIII e particolarmente quando nel 1260, Ranieri Fasani, eremita, prese a chiamare a penitenza i cittadini di Perugia; vestito di sacco, cinto di fune e con una disciplina di corregge in mano, con la predicazione e l’esempio mosse il popolo a disciplinarsi pubblicamente formando una numerosa. Compagnia, detta dei Disciplinati di Cristo, che ben presto dalla città si estese nelle campagne e nelle regioni circonvicine.
Il movimento, si diffuse un po’ dovunque anche fuori d’Italia; attraverso la Francia e l’Austria, raggiunse la Germania e perfino la Polonia; esso si ripeté qua e là più volte in quel secolo provocando miglioramenti di costumi, pacificazione negli animi, ritorno di esuli, restituzione del mal tolto.
La conseguenza stabile che se ne ebbe successivamente fu la fondazione in molte regioni d’Italia di Confraternite numerose sotto i nomi di Flagellanti, Battuti, Disciplinati, Frustati, i cui membri, laici nella massima parte, si radunavano per praticare secondo i loro particolari statuti la disciplina nelle loro chiese o cappelle, cantare le loro laudi ed attendere ad esercizi di pietà ben definiti ed opere di carità: elemosine in favore dei poveri, visite periodiche ad infermi e carcerati, suffragio ai defunti; ed in questi uffici dovevano profondere lasciti e rendite di beni loro affidati dalla pietà dei fedeli e specialmente dei confratelli. Si può ben asserire che sotto questo aspetto tali confraternite furono un tramite importantissimo della beneficenza dei secoli XIII – XV.
Una di queste Confraternite di Disciplinati si era insediata nella nostra chiesa di S. Rocco. E con la Confraternita dei Disciplinati un’altra, detta del Gonfalone. Infatti nella visita fatta dal Rev.mo Giovanni Calco nel 1740 a Mariano, nel capitolo “De Oratorio SS. Rochi et Sebastiani” si legge:
“Ex anteactis visitationibus potissimum Emin. Federici Borromei anno 1606 constat nobis canonice erectam in hoc Oratorio esse confraternitam Disciplinatorum, cui unita fuit sodalitas dicta del Confalone, ut patet ex Bulla concessa a Paulo quinto anno 1601”.
“Dalle precedenti visite soprattutto del Card. Federico Borromeo nell’anno 1606 è a noi noto che in questo Oratorio fu canonicamente eretta la confraternita dei Disciplinati, alla quale fu unita quella detta del Gonfalone, come appare dalla Bolla concessa da Paolo V nel 1601”.

La Confraternita del Gonfalone
Il termine “Gonfalone” deriva dall’antico tedesco Gundfano che equivale a Kriegsfahne, ossia bandiera di guerra. Nell’uso corrente ha lo stesso significato di stendardo. Usato nel medioevo come insegna religiosa e come vessillo militare, era portato a capo delle processioni e inalberato da compagnie militari.
Nella seconda metà del sec. XIII numerosissime compagnie di penitenti si riunivano sotto l’insegna di un gonfalone. A Roma sin dal sec. XIV c’era la Confraternita del Gonfalone.
Nel gonfalone, in genere, è rappresentata al centro la Vergine che ripara sotto l’ampio manto gli abitanti della città dei dardi della peste, ai lati i santi protettori; oppure la Vergine è rappresentata da un lato come interceditrice e al posto dei devoti genuflessi, appare la visione dell’intera città.
La Confraternita del Gonfalone era una derivazione della Confraternita dei Disciplinati.
Tali Confraternite esistevano in Milano ed avevano, tra l’altro, come fine l’assistenza ai carcerati e ai condannati a morte.
L’esempio di Milano aveva fatto scuola, anzi non poche delle istituzioni similari della città e borgate minori, facevano capo, come al loro centro naturale, a quelle che fiorivano nel capoluogo lombardo. Però i due compiti, che in Milano erano esercitati da sodalizi diversi, altrove erano assunti da un’unica Confraternita.
Le grosse borgate di solito avevano una Confraternita che al fine primario di praticare speciali devozioni aggiungeva quello di confortare i condannati all’estremo supplizio. Differenziate compagnie di protettori dei carcerati esistevano pertanto a Tortona, Pavia, Lodi, Alessandria, Cremona, con statuti analoghi a quelli delle Confraternite milanesi, anche se con nomi diversi: ad es. a Cremona “Compagnia della carità”, poi di S. Vincenzo. Esercitavano invece, quale compito collaterale al proprio originario, l’assistenza ai condannati a morte le “Confraternite della Madonna” a Cremona, Lodi, Piacenza, Codogno, Luino, Mariano quella di S. Defendente in Lodi; di S. Rocco a Pavia; di S. Bernardino in Monza ed Abbiategrasso; di S. Giovanni alle Case Rotte in Milano; nonché di S. Giovanni decollato di Novara, Caravaggio, Gallarate; quella di S. Marta in Domodossola, Treviglio, Varese, Vimercate; della Croce in Busto Arsizio; dei SS. Pietro e Biagio in Melegnano.
A Mariano dunque, la Confraternita del Gonfalone, presso la chiesa di S. Rocco, si chiamava anche “Confraternita della Madonna”: segno evidente di una spiccata devozione alla Madonna.
Tale Confraternita aveva la pietosa missione di accompagnare al patiboloi condannati a morte assistendoli e confortandoli negli ultimi momenti. L’ultima volta che adempì a tale missione fu, probabilmente, il 24 settembre 1778. Alla Biblioteca Ambrosiana si conserva copia dell’invito diramato dal priore Giuseppe Masperi ai confratelli, perché volessero usare la pietà di trovarsi in quel giorno alle ore 10 al detto Oratorio, per accompagnare due uomini di Albese, pieve d’Incino; i quali erano stati arrestati a Mariano e si trovavano detenuti nelle carceri locali. Erano Antonio Brunati e Carlo Pontiggia. Il processo era stato tenuto dinanzi al Senato di Milano e si era chiuso con la condanna di entrambi “ad essere trascinati a coda di cavallo, al luogo del patibolo, per essere ivi sospesi alle forche” quali rei confessi di una serie di reati.
Avevano rubato:
– 15 libre piccole tra seta e faloppina al filatoio Barzaghi d’Incino;
– 9 lire ai coniugi Pedraglio di Como, assaltandoli di notte con gli schioppi;
– 4 galline del valore complessivo di 4 lire;
– 1 camicia grossolana del valore di 3 Lire;
– mezzo fiorino all’ostessa Francesca Crespi di Alzate alla quale si erano presentati come doganieri “et finalmente, dice la sentenza, li due suddetti condussero vita vaga et otiosa, continuata in questo stato per cinque anni et oltre”. All’esterno del santuario, sul lato che dà su via S. Rocco, all’altezza del presbiterio, è posta una cappellina ossario che ricorda i giustiziati.
Nella cappellina, un tempo, si poteva leggere questa iscrizione:

JUSTITIA HUIUS SAECULI NOS A MUNDO ABSTULIT
PIETAS VESTRA NOBIS CAELOS APERIAT

La giustizia di questo secolo ci ha tolti dal mondo
la vostra pieta’ ci apra i cieli

I vari lavori che si sono susseguiti al santuario hanno fatto sparire la bella iscrizione.

LA VISITA DEL CARD. POZZOBONELLI
Negli Atti della visita pastorale del Card. Pozzobonelli del 1762 si descrive la chiesa di S. Rocco. È di forma rettangolare: larghezza cub. 14, lunghezza cub. 24, altezza cub. 18.
Due sono gli altari: l’altare maggiore con il simulacro della B.V., l’altro col ligneo simulacro di S. Michele Arcangelo al quale è dedicata una cappella. C’è la torre campanaria.
Due sono le porte: una sulla facciata, l’altra sul lato sinistro. Sette le finestre poste: sulla facciata, nelle cappelle e sul lato sinistro.

IL SANTUARIO ADIBITO A SCUOLA
Nel 1788 la R. Intendenza Politica di Milano decretava la soppressione della chiesa di S. Rocco per insediarvi la Scuola Normale.
Dalle lettere inviate dalla R. Intendenza di Milano al Comune di Mariano, sempre a riguardo del problema chiesa-scuola, si viene a sapere che la chiesa di S. Rocco era tenuta dai Francescani Conventuali.
Infatti nella lettera della R. Intendenza del 6 giugno 1788 si parla di “chiostro dei Conventuali”. Nella lettera del 29 dicembre dello stesso anno si legge: “che la Scuola dei maschi debba farsi nella sua totalità nella chiesa di S. Rocco, e per le femmine nell’annesso Oratorio, lasciando in tal guisa libera l’aula di quei P.P. Francescani”.

IL SANTUARIO MESSO ALL’ASTA
Al tempo della rivoluzione francese e del dominio Napoleonico nelle nostre terre, il santuario messo al pubblico incanto, veniva acquistato da Francesco e Luigi Villa che lo ridussero a casa d’abitazione.
Costruito un muro sul luogo delle balaustre: l’uno riteneva la sacrestia e l’altare; l’altro il vano della chiesa con una piccola incassatura, (con tutta probabilità la cappella di S. Michele). Questa incassatura veniva poi ridotta a stalla. Tale profanazione suscitò una forte reazione della popolazione, sostenuta dal prevosto Romanò, perché la chiesa fosse ridonata al culto.
Si raccolsero offerte per poter riacquistare dagli eredi dei Sigg. Villa la chiesa.
Nel 1825 i voti dei buoni Marianesi furono appagati.
Il 16 luglio 1825, era un sabato, davanti al dott. Baldassare Valtellina, si stipulava un pubblico contratto, in cui gli eredi dei Sigg. Villa vendevano al prevosto Don Carlo Romanò la chiesa di S. Rocco per milanesi L. 4.577,56. Nell’atto notarile si trova che si cede questa chiesa per fare cosa grata al prevosto Romanò ed utile al paese, usandola come sussidiaria della prepositurale. E… finalmente, ripresero a suonare le campane.

LA MADONNA RITORNA AL SUO SANTUARIO
Riacquistata la chiesa incominciarono subito i lavori di ripristino così che in meno di un mese era già aperta alla pietà dei fedeli.
Si rimise a nuovo l’altare spendendo la bella somma di L. 723,19. Il 14 agosto 1825, con facoltà ottenuta dall’Arcivescovo, la chiesa veniva benedetta dal prevosto. Il giorno seguente, sacro all’Assunzione della Madonna, in forma solenne si trasportava il simulacro della Vergine. Nello stesso anno, con l’approvazione dell’imperial regio governo, la fabbriceria faceva coprire a sue spese la roggia antistante la chiesa.
Nel 1826 la prima trionfale processione per il paese. Dovevano passare ben settant’anni prima che la Madonna tornasse a benedire le vie di Mariano. (3) Per lo spazio di 70 anni il simulacro della Vergine non veniva più tolto dalla sua ancona per le processioni! Perché?
Tra la gente si incominciò a dire che la Madonna non voleva essere rimossa e che avesse comunicato questo ad alcune persone; ed avrebbe aggiunto che il giorno in cui si contravvenisse a questo suo volere, quello sarebbe stato un giorno infausto.
Nel 1896 – anno della solenne processione dopo tanti decenni – era corsa la voce che la persona incaricata di trasportare il simulacro della Madonna alla prepositurale, per essere pronto per la processione, appena uscita con il simulacro dal Santuario, fu investita così violentemente da una nube che dovette ritornare sui suoi passi. Tutta fantasia! Infatti la gente vide nella prepositurale il simulacro e partecipò alla processione.

IL CAMPANILE E LE CAMPANE
Il campanile e le campane li santuario essendo vicino alla strada provinciale che conduce a Cantù, era continuamente ripieno di polvere e ciò a detrimento del santuario stesso. Nel 1893 si dovette così procedere ad un lavoro dì ripulitura e abbellimento.
Fu rimesso a nuovo con generose pubbliche offerte. Inoltre regalarono sei grandiosi candelabri per l’altare maggiore ed arredi sacri.
In quel tempo si decise anche di erigere la torre campanaria (il campanile esistente era molto modesto); una decisione che dìvenne ben presto realtà e in seguito sì acquistò il nuovo concetto di campane.
Nel “Liber Chronicus” della parrocchia si descrive la festa per le nuove campane: “Non ci cadrà più dalla mente quell’anno, in cui il bel concerto delle campane di S. Rocco fece il suo ingresso in paese. La folla andò ad accogliere le nuove campane fino ad Arosio e in trionfo le accompagnò in paese a suon di musica e con interminabili applausi, dei quali una parte erano indirizzati al venerando vecchio: il seniore del paese o per lo meno del rione di S. Rocco, che stava seduto a cavalcioni sulla campana maggiore”. “Fu caratteristico quell’anno anche perché, per varie circostanze impreviste, prorogandosi la data della consacrazione delle nuove campane, il quartiere detto di S. Rocco restò parato a festa per ben tre mesi, destando l’ammirazione dei forestieri”.

IL SANTUARIO NEL 1900

Il santuario ristrutturato
Un radicale restauro venne fatto nel 1902.
Il prevosto Borroni, consultati l’ing. Francesco Arcelli e il pittore Primo Busnelli di Meda, decise di trasformare al santuario secondo lo stile Fiorentino.
Infatti, abbattuto il grosso cornicione che per la sua mole appesantiva la chiesa, otturate le finestrelle poste in alto che davano poca luce e pochissima aria, se ne tagliarono altre quattro di forma rettangolare oltre le due perfettamente rotonde dell’altare. Per rendere più arieggiato il santuario ed anche per perfezionare lo stile a cui si voleva conformarlo, si tagliarono altri quattro finestroni di forma ogivale a sesto acuto.
Inoltre si abbatteva il muro posto tra l’altare e la sacrestia per dare modo ai fedeli di assistere alle sacre funzioni con una maggior visibilità.
Il pittore Primo Busnelli esprimeva la sua abilità nella decorazione.
Anche se non ancora ultimato, prima di riaprirlo al culto, nella festa della Madonna del Rosario, S.E. Mons. Pasquale Morganti procedeva alla solenne benedizione del santuario restaurato.

L’Incoronazione della Madonna
Il 1919 segnava un avvenimento straordinario per il santuario: l’incoronazione della Madonna. Il prevosto il 15 agosto di quell’anno esortava la popolazione ad offrire oggetti d’oro e d’argento per realizzare le due corone: una per la Madonna, l’altra per il Bambino. Fu una generosa raccolta. Per la solennità era stato invitato il concittadino S.E. Mons. Giovanni Elli, da poco vescovo di Squillace, anche per tributargli, come si doveva, gli omaggi della terra natale. Il Card. Ferrari era informato di tutto. Il paese addobbato come non mai. Le campane della prepositurale e del santuario coi loro festoso suono annunciavano la grande solennità. La sera del 25 settembre alle ore 19,30 veniva accolto con indicibile entusiasmo Mons. Elli. Con una grandiosa processione si portava il simulacro della Madonna dal santuario alla prepositurale. La sera del 27 settembre il campanile fu illuminato con un potente faro. Il tempo purtroppo, si metteva al peggio con una pioggia battente. Domenica 28 settembre fu il giorno tanto desiderato. Alle ore 5: suono dell’Ave Maria. La pioggia intanto era cessata. Alle 10,30 si dava inizio all’imponente processione che si snodava per la piazza di S. Stefano. Il grande pontificale celebrato da Mons. Elli si svolse con tutta la maestosità del rito. Ineccepibile l’esecuzione musicale. La chiesa era gremitissima. Terminato il pontificale il momento più solenne: l’incoronazione della Madonna di S. Rocco. Le campane suonavano a distesa, le trombe annunciavano ai fedeli l’avvenimento. Trecento cantori facevano risuonare la loro voce: “Coronam auream ponam super caput eius, expressum signum sanctitatis et gloriae”, “Porrò la corona d’oro sul suo capo, segno manifesto di santità e di gloria”. Proprio in quel momento il vescovo posava la corona in capo alla Vergine e al Bambino. Poi Mons. Elli teneva il discorso celebrativo commentando le parole: “Tu gloria Jerusalem, Tu laetitia Israel, Tu honorificentia populi nostri”. “Tu gloria di Gerusalemme, Tu gioia di Israele, Tu onore del nostro popolo”. II solenne rito si concludeva con la benedizione episcopale. A sera: illuminazione, fuochi d’artificio, concerto del Corpo Musicale di Cantù.

La nuova facciata del santuario
Nel 1928, il pittore Primo Busnelli che aveva pitturato e decorato ìl santuario già nel 1902, rinnovava tutto l’interno. Decorava la mezza lunetta del pronao, dipingendovi la Madonna col Bambino e ai rispettivi lati S. Rocco e S. Luigi. Un nuovo tabernacolo in marmo sostituiva quello vecchìo. Pure la sacrestia veniva rinnovata. La facciata del santuario, in stile Lombardo, fu curata dall’ing. Francesco Arcelli ed è splendidamente riuscita col pronao.
L’esterno del santuario fu guarnito con pietra a vista e lungo la parete di via S.Rocco fu posta una zoccolatura di pietra di Moltrasio.
Da quasi un anno non si poteva suonare le campane perché rovinate e il castello in disordine. Si pose riparo anche a questo inconveniente. Nella visita pastorale del 26 agosto 1928 il Card. Tosi inaugurava la lapide ricordo, sistemata sul lato del santuario prospiciente via S. Rocco. Poi l’Arcivescovo impartiva la benedizione alla nuova facciata.
A sera alle ore 19: solenne processione col simulacro della Madonna con il suo nuovo splendido manto.

Il santuario nella sua storia più recente
Nel 1955 veniva rifatto l’interno del santuario e rimesso a nuovo l’altare. Nel mese di luglio del 1967 iniziavano i lavori per un nuovo pavimento. La ditta Bellotti e Bassi donava il marmo.
La Famiglia Turati Giovanni offriva il coro di noce. Veniva rifatto l’impianto luce e rinfrescate le pareti.
Pure nuove le panche in chiesa e cambiato il mobilio della sacrestia.
Nel 1981 il santuario vede il rifacimento totale del tetto.